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“La tartaruga”, esperimento traduttivo dal Trilussa al napoletano

Mentre una notte se n’annava a spasso

la vecchia Tartaruga fece er passo

più lungo della gamba, e cascò giù

co la casa vortata sottinsù.

Un Rospo glie strillò – Scema che sei!

Queste so’ scappatelle

che costeno la pelle!

– Lo so – rispose lei

– ma, prima di mori’, vedo le stelle.

‘Na sera, jenno càcheriànno,

‘onna Tartaruga, vuttanno

‘o pede chiù annanze de ‘a coscia,

nè: se truvaje ‘n cielo ‘a paposcia.

‘O Rospo ‘a dà ‘ncapa – Scemessa!

chesti ppazzielle ‘e

ppave co ‘a pelle!

– Gnorrospo gnorsì – ‘spunnett’ essa

– ma, primma ‘e muri’, veco ‘e stelle.

Quel simpatico buffone di Trilussa.
Quel simpatico baffone di Trilussa.

“La tartaruga”, solo una delle geniali poesie di Trilussa, compare nella raccolta “Ommini e bbestie”, pubblicata a Roma nel 1914. Nonostante il genio romano sia noto per la sua pungente satira, che delinea ritratti deformati nel grottesco e nella fiaba dell’Italietta di metà Novecento, in questo caso riprende, insieme ad altre di questo genere, la tradizione greca della favola di Esopo con scopi perlopiù educativi.

Nel caso de “La tartaruga”, Trilussa riprende il topos dell’ambizione, dando la giusta risposta a tutti quei “rospacci” miopi che godono delle disgrazie e degli errori altrui, anche quando questi sono commessi per il raggiungimento di una condizione di vita migliore.

Tornando a noi e alla nostra traduzione, risponderemo ad una domanda che faremo finta vi siate posti: perché una traduzione in napoletano? Perché non in italiano?

Lasciando da parte la questione della dignità linguistica dei dialetti (‘ché se no incappiamo nei neoborbonici, nel riconoscimento dell’UNESCO e nelle opinioni divergenti dei linguisti), abbiamo scelto il napoletano per molteplici motivi:

  1. Il primo, nella nostra ottica secondario ma decisamente ovvio: il romano, e il dio dei linguisti capitalini mi perdoni, qui si presenta come un italiano regionale, o se vogliamo un dialetto romanesco abbastanza “sciacquato”, così chiaro che non ci sembrava il caso di procedere con una traduzione che non avrebbe fatto altro che rovinare il metro, le rime e toglierle quel “sapore popolare” che contraddistingue la poesia di Trilussa.

  2. Il secondo, quello molto più serio, è proprio quel “sapore popolare” di cui si andava blaterando nel punto 1. La poesia di Trilussa è scritta in dialetto non solo per la sua irriverenza naturale, non solo per essere la lingua madre di chi per secoli ha scritto le “pasquinate”, ma anche e soprattutto perché concepita per essere capita dal popolo romano.

La nuova borghesia universitaria riscopre la cultura popolare in una delle sue infinite manifestazioni.
La nuova borghesia universitaria riscopre la cultura popolare in una delle sue infinite manifestazioni.

Purtroppo noi napoletani per incidenti storici non abbiamo avuto una grande tradizione satirica: la damnatio memoriae occorsa in seguito alla rivoluzione partenopea del 1799 e le esecuzioni seguite alla restaurazione del regno borbonico ha di fatto castrato le aspettative politiche e culturali dell’allora fiorente borghesia. Detto in soldoni, l’idea di essere giustiziati e appesi a testa in giù con le brache calate ha attizzato ben pochi martiri dell’Idea. Il risultato fu un disastroso concentrarsi del ceto medio verso il basso, ovvero la fascia povera e analfabeta che componeva la maggior parte della popolazione. Ciò certamente significò una spinta fondamentale per l’attenzione alle tradizioni popolari partenopee e una propulsione eccezionale per la canzone napoletana, ma per il resto, ben poche voci si alzarono dal già esiguo coro del dissenso.

Tornando al napoletano di Trilussa, la scelta è stata dettata dall’idea che ad un italiano popolare può corrispondere solo un italiano popolare (sia esso napoletano, cilentano, milanese o bergamasco) proprio per quella varietà lessicologica e di sfumature che difficilmente può trovare corrispondenze valide nelle “fredde” lingue ufficiali. La tosca lingua italiana, veicolo europeo di musica lirica, poesie amorose e di alti valori rinascimentali prima, romantici poi e nazionalisti ancora più poi, non si presta troppo bene alle tartarughe ed alle batracomiomachie.

“La tartaruga” nella sua versione originale è una poesia composta in endecasillabi (di cui uno tronco) e settenari, combinazione metrica che da Bembo in poi è stata usata come il “verso della ampiezza espressiva, della chiarezza, della pulizia” (il nostro Teo si è appena drogato e ha problemi ad esprimersi in maniera degna), mentre nella versione napoletana si è scelta una commistione tra novenari e quinari.

Il motivo, stando a quel drogatone di Teo, che ne ha curato la traduzione, sta in un processo di mimesi (detto in soldoni, di immedesimazione) portato avanti dal traduttore verso la lingua – e in questo caso soprattutto la cultura – target. Mentre il romano di Trilussa sembra costruito per sviluppare, attraverso una narrazione pulita ma colorita con gusto fanciullesco, quel candore graffiante che è il paradosso più affascinante della favola popolare (e il verso più lungo dell’endecasillabo oggettivamente lascia più libertà in questo senso), il napoletano, complice la lunga dominazione spagnola, (cultura a sua volta fortemente condizionata dalla retorica araba) ha un’attitudine molto più spiccata al ricorso anche colloquiale al proverbio e alla frase fatta. La “zona grigia” in cui il linguaggio s’incontra, nutrendoli e nutrendosene, col pensiero e la cultura e la quotidianità, è per la lingua napoletana una zona di allusione, ammiccamento, un vivere il mondo deformandolo nella lente del paradosso e del vernacolo per superarne le contraddizioni e preservare la propria identità culturale. Ed ecco perché la stringatezza del novenario e del quinario.

Dal punto di vista grafico il nostro Minnucci ha avuto l’accortezza di segnalare (in v.1, ma vale per tutti) con l’accento grafico la variazione dell’accento metrico, facilitando un’eventuale lettura metrica (semplificando coi simboli latini, ᴗ-ᴗᴗ- ᴗᴗ-ᴗ per i novenari e -ᴗᴗ-ᴗ per i quinari).

Sbolognato il lato più formale della faccenda, passiamo alla traduzione. Nonostante il geniaccio del nostro Teo Minnucci sia riuscito a mantenere la struttura rimica del componimento (AABB CDDCD), sono stati necessari degli stravolgimenti a livello lessicale, cambiando così anche le rime, ed ecco che l’italianissimo “andare a spasso” diventa “jenno càcheriànno”, così come la “casa”, che è una metafora del guscio della tartaruga, diventa la “paposcia”.

E a proposito della paposcia che ci ha fatto il buon Ciancianito, vale la pena spenderci due parole.

In una prima versione nei versi 3-4 si trovava “scagnaje ‘o pede ‘e ‘reto pe ‘nnanze / ‘bbuccaje ‘a casa cu tutte ‘e stanze”. Anche se la “casa” della tartaruga rimane intatta nella prima traduzione, si perde l’immediatezza del proverbio del “fare il passo più lungo della gamba”, togliendo inoltre respiro al testo napoletano. Il risultato sarebbe stato sì più fedele al testo in un’ottica di traduzione word for word, ma sarebbe stato forse più goffo e oscuro ad una prima lettura da parte di un parlante napoletano. In una seconda versione i versi 3-4 recitavano: “vuttaje ‘o pede troppo cchiù ‘nnanze / e s’abbuccaje ‘ncoppo co ‘a panza”, perdendo l’immediatezza del proverbio nel verso 3 e riducendo la casa originale in un’immagine ovvia, per altro anche priva del colore popolare della successiva – e definitiva – paposcia, giunta a salvare una crisi di panico al povero Teo che, insoddisfatto, non voleva più pubblicare – né vivere. E ci avrebbe fatto il piacere di suicidarsi se non fosse intervenuto il sempreverde redattore – che ci ha donato infatti, oltre alla definitiva stesura dei vv.3-4, anche il privilegio di farci da albero di Natale della redazione.

È altresì chiaro che la paposcia (che altro non è che la sacca scrotale) è lontana anni luce dall’immagine ben più pulita della versione romana, ma sembrava l’unica soluzione per mantenere intatto il modo di dire “fare il passo più lungo della gamba” (che tra l’altro ha un ruolo fondamentale nel senso del componimento), utilizzando la rima con “coscia”, che in napoletano è l’unico corrispondente credibile dell’italiano “gamba”.

Teo Minnucci

Giuseppe Pettinati

Il mio funerale (discorso di un pazzo) – Leopoldo Alas Clarín

Una notte feci irragionevolmente tardi giocando a scacchi col mio amico Roque Tuyo nel caffé di San Benito. Quando tornai a casa i lampioni erano spenti. Era primavera, giugno era vicino. Faceva caldo, e il grato gorgoglio dell’acqua, che scorreva libera dagli idranti formando fiumiciattoli sul marciapiede, rinfrescava più lo spirito che il corpo. Arrivai a casa bagnato fradicio. Avevo la testa che era un forno e i piedi infradiciati. Questa situazione poteva farmi molto male; potevo impazzire, per esempio. Tra gli scacchi e l’umidità soffrivo non poco. Di lì a poco, i poliziotti che, a braccia incrociate, dormivano agli angoli delle strade, appoggiati alla porta di qualche casa, mi sembrarono torri nere. Tant’è che nel passare accanto alla chiesa di San Ginés, uno dei poliziotti mi cedette il passo, ed io invece di dire –grazie-, esclamai –arrocco!- e proseguii. Giunto a casa mia vidi che il balcone della mia stanza era aperto e da esso si vedeva una luce, come il lume di un cero. Bussai tre volte alla porta. Una voce roca, di persona mezzo addormentata, chiese:- Chi è? Re Nero!- Risposi, ma non mi aprirono-. Jaque! –gridai tre volte in un minuto, ma niente, non mi aprirono. Chiamai il guardiano di notte, che andava aprendo porte da un lato all’altro del marciapiede. –Ragazzo – gli dissi quando lo ebbi a portata di pedone-. Neanche fossi un cavallo; che modo di mangiare che hai! – Cretino sarà lei e chi mangia… e faccia poco rumore, che c’è un morto al terzo, ancora caldo. –Qualche vittima dell’umidità! –dissi pieno di compassione, e con i piedi come fossero una zuppa di vino.
-Si, signore, è vittima dell’umidità; dicono che sia morto per una sbronza; lui aveva molti vizi, ma dava buone mance; tutto sommato, la signora si consolerà presto, che è ancora bella e soda, e così potrà mettere alla luce del sole e in conformità di legge ciò che ora è nascosto e va contro la giustizia.
-E tu che ne sai, pettegolo?

-Non metterci lingua, signorino; io sono il guardiano di notte, e fin qui sono stato zitto come un santo, ma morto il cornuto… Vado di là!
Così gridò quell’orso dei Pirenei, e se ne andò ad aprire un’altra porta. Un servo scese ad aprirmi. Era Perico, il mio fedele Perico.

-Perché ci hai messo tanto, animale?!

– Sssst!- Non grida, che il padrone è morto.
–Il padrone di chi?
–Il mio padrone
–Di che è morto?
–Di un attacco celebrale, credo. Si è bagnato i piedi dopo una partita a scacchi col signor Roque… sa come diceva don Clemente alla signora? «Non ti angosciare, che quel bruto di tuo marito si toglie di mezzo nel giorno migliore, crepando da bestia e bagnandosi i piedi dopo essersi riscaldato le corna…».
–Il cranio, vorrai dire, è così che si suol dire.
–No, signore, ho detto corna.
–Sarà per scherzo; ma andiamo al sodo. Vediamo, se il tuo padrone è morto, chi sono io?
-Dunque, Lei è quello che viene a vestire il morto, ‘che ha detto don Clemente che l’avrebbe mandata a quest’ora per non dar di che parlare… Salga, salga…-.

Arrivai alla mia stanza. In mezzo all’alcova c’era un letto circondato di ceri, come in Lucrezia Borgia c’erano le bare dei convitati. Il balcone era aperto. Sul letto, steso, c’era un cadavere. Guardai. Effettivamente, ero io. Ero in camicia, senza calzoncini, ma coi calzini. Mi vestii; mi vestii a morto, voglio dire. Presi la redingote, quella che misi per la prima volta alla riunione del Teatro del Circo de Price, quando Martos fece quel discorso sui «traditori come Sagasta» e la buonanima di Mata parlò del cubo delle Danaidi. Non ho mai capito di che cubo stesse parlando! Comunque, cominciai col cambiarmi i calzini, perché l’umidità mi dava molto fastidio, e volevo andare pulito al cimitero. Impossibile! Erano attaccati alla pelle. Quei calzini erano come la tunica di non so chi, solo che invece di bruciare, bagnavano. Quella sensazione di umidità a volte dava freddo e a volte caldo. A volte mi immaginavo di sentirmi i piedi dietro la testa e che le orecchie prendevano fuoco.. Infine, mi vestii a lutto, come conviene ad un defunto che va al funerale del suo migliore amico. Uno dei ceri si deformò e cominciarono a cadere gocce di liquido ardente sul mio naso. Perico, che era lì solo, perché l’uomo che mi aveva vestito era scomparso, Perico, dicevo, dormiva a poca distanza su una sedia. Si svegliò e vide lo scempio che la cera stava combinando sulla mia faccia; provò ad raddrizzare il grande cero senza alzarsi, ma il suo braccio non arrivava al candelabro… e sbadigliando, tornò a dormire pacificamente. Entrò il gatto, saltò sul mio letto e raggomitolandosi si addormentò sui miei piedi. Passammo la notte così.
Al sorgere del sole, il freddo ai piedi si fece più intenso. Sognai che uno era il Mississippi e l’altro un fiume molto grande che scorre nel Nord dell’Asia e del quale neanche ricordavo il nome.
Che tormento patii per non ricordare il nome di quel piede mio! Quando la luce del giorno svegliò Perico entrando dalle fessure e mescolandosi con la luce giallognola dei ceri, aprì la bocca, sbadigliò in galiziano e, cacciando una borsa verde da oste, si mise a contare dei soldi sul letto funebre. Un moscone nero si piazzò sul mio naso coperto di cera. Perico guardava distratto il moscone mentre contava sulle dita, ma non si mosse per liberarmi da quel fastidio. Mia moglie entrò in sala verso le sette. Vestiva già di nero, come fanno i comici, che quando deve succedere qualcosa di triste nel terzo atto si vestono prima di lutto. Mia moglie aveva il volto pallido, compunto, ma l’espressione di dolore sembrava più dovuta al malumore che altro. Quelle rughe e quelle smorfie di pena sembravano mosse da un filo invisibile. E così era! La volontà, imponendosi ai muscoli, li teneva in tensione forzata… In presenza di mia moglie sentii una facoltà straordinaria della mia coscienza di defunto; Il mio pensiero comunicava direttamente col pensiero degli altri; vedevo attraverso il corpo la parte più recondita dell’anima. Non mi ero reso conto di avere questo potere miracoloso prima perché Perico era stata la mia unica compagnia, e Perico non aveva pensieri in cui potessi leggere qualcosa. -Esci –Disse mia moglie al servo; ed inginocchiandosi ai miei piedi rimase sola con me. Il suo volto si rasserenò all’improvviso; rimasero su di esso i segni della veglia, ma non quelli della pena. E pregò in mente così:
«Padre nostro (ma quanto ci mette quell’altro!) che sei nei cieli (ci sarà un’altra vita e mi guarda dall’alto?), sia santificato (porterò un lutto economico, perché non voglio spendere molto in vestiti neri) il tuo nome; venga il tuo regno (il funerale mi costerà un occhio se quelli del partito non contribuiscono), e sia fatta la tua volontà (vale a dire se mi sposo con quell’altro la mia volontà dev’essere la prima, e non ammetto bastoni tra le ruote da parte di altri –bastoni, pensò mia moglie, bastoni, così come l’ho detto) così in cielo così in terra (sarà già nel purgatorio, quell’animale?)».
Alle otto arrivò un altro personaggio, Clemente Cerrojos, del comitato del partito, del distretto di La Latina, tenore. Cerrojos era stato mio amico politico e privato, anche se non lo credevo immischiato nelle mie cose come lo era effettivamente. Prima giocava a scacchi, ma avendo saputo che imbrogliava, che cambiava l’ordine dei pezzi di nascosto, ruppi con lui, in quanto giocatore, e mi cercai un avversario più leale al caffè. Clemente rimaneva in casa tutte le notti facendo compagnia a mia moglie. Era vestito com’è tipico dei negozianti, cioè una redingote cinta da un panno nero e raso, rilucente, un pantalone, un gilè e la cravatta dello stesso colore. Clemente Cerrojos era orbo all’occhio destro; la pupilla brillava immobile quasi sempre, senza espressione, come se ci fosse lì inchiodata una camomilla di quelle che ornano porte e bauli. Mia moglie non alzò la testa. Cerrojos si sedette sul letto mortuario, facendolo cigolare tutto. Se ne stettero circa cinque minuti senza parlare. Però ahimè! Vedevo i pensieri di quei due infami. Mia moglie pensò a quanto sarebbe stato obbrobrioso e criminale abbracciare quell’uomo o lasciarsi abbracciare lì, davanti al mio presunto cadavere. Cerrojos pensò lo stesso. E i due lo desiderarono ardentemente. Non era l’amore ciò che li attraeva, ma il piacere di godere impunemente di un grande crimine, tanto delizioso per quanto orrendo. «Se lui osasse, io non resisterei», pensò lei tremando. «Se lei insinuasse, non starei a guardare», si disse tra sé e sé. Lei tossì, si aggiustò la gonna nera e si scoprì il piede fino alla caviglia. Lui le toccò la spalla col ginocchio. Io sentii il fuoco dell’adulterio sacrilego passare dall’uno all’altro, attraverso i vestiti… Clemente già si inclinava verso la mia vedova… Lei, senza guardarlo, lo sentiva avvicinarsi… Io non potevo muovermi; ma lui credé che mi fossi mosso. Mi guardò negli occhi, aperti come finestre senza imposte e indietreggiò di tre passi. Dopodiché venne da me e chiuse le finestre con le quali lo stava minacciando il mio povero cadavere. Arrivò gente.
Portarono la cassa mortuaria fino al portone, e lì mi lasciarono vicino alla porta, uno dei cui battenti era chiuso. Parte della bara, quella dei piedi, era bagnata dalla pioggia fine che cadeva; sempre l’umidità! Vidi scendere, o per meglio dire sentii -grazie ai mezzi soprannaturali di cui disponevo- scendere i signori che avrebbero composto il corteo. Riempirono il grande portale. Tutti vestivano di nero; c’erano ovunque redingote a lutto. Era presente tutto il comitato del distretto ed alcuni militanti del partito, di quelli che si fanno vivi solo quando succede una calamità a qualche confratello o quando si pubblicano le liste di sottoscrizione.
Lì c’era il mio oste, che avrebbe voluto consacrare una lacrima ed un pensiero melanconico in memoria del defunto; ma la redingote gli si impigliava tra i piedi, e la cravatta lo soffocava, per cui non riuscì a pensare a me neanche un istante. Il corteo si ordinò; mi misero nel carro funebre e la gente iniziò ad entrare nelle carrozze. C’erano due presidenze, una era quella della mia famiglia, ma siccome non avevo parenti, la rappresentavano i miei amici, quelli intimi della casa; Clemente Cerrojos presedeva, alla sua destra c’era Roque Tuyo, alla sinistra il mio padrone di casa, che era solito entrare in casa per vedere se gli maltrattavamo la tenuta.

L’altra presidenza era politica. Al centro andavano don Mateo Gómez, uomo integro, di spessore, che professava questo dogma: i miei amici, quelli del mio partito. E giurava che Madoz gli aveva rubato quella frase celebre: «Seguirò il mio partito fin nell’errore». Uno dei titoli di gloria di don Mateo era che non era morto nessuno dei suoi confratelli senza che lui l’accompagnasse al cimitero. Don Mateo mi stimava, ma per la verità, mentre camminavamo verso quella che pensava di chiamare nel discorso che gli era toccato in sorte l’”ultima dimora”, si faceva di tutti i colori; non sapeva cosa gli passasse per la gola, e malediceva, tra sé e sé, l’ora in cui sono nato e ancora di più quella in cui sono morto. Penetravo nei pensieri di don Mateo dal mio carro funebre, grazie alla doppia vista di cui ho già parlato. Il buon gentiluomo, bisogna dirlo, aveva imparato il suo discorso a memoria: era più o meno come quello che avevano pubblicato i giornali, una orazione funebre di un certo confratello, molto più illustre di me, pronunciata da un oratore celebre del nostro partito. Però il buon Gómez se n’era dimenticata più della metà, molto di più, dell’arringa copiata, e lì erano guai. Mentre i suoi amici di presidenza discorrevano con tutta tranquillità sulle vicissitudini del mercato del grano, a cui entrambi si dedicavano, don Mateo cercava invano di riedificare la diroccata costruzione del discorso premeditato. Alla fine si convinse che sarebbe stato necessario improvvisare, perché dalla memoria non c’era più niente da aspettarsi. «Il meglio che possa fare per farmi venire qualcosa in mente, pensò, sarebbe sentire davvero, con tutto il cuore, la morte di Ronzuelo (il mio soprannome)». E cercava di intenerirsi, ma inutilmente; e nonostante la sua faccia compunta, non gli importava una cippa della morte di Ronzuelo (don Agapito), vale a dire, la mia morte.

-È una perdita, una vera perdita- disse ad alta voce affinché gli altri lo aiutassero a provare dolore per la mia sparizione dal gran libro dei vivi, come dice Pérez Escrich-. Una gran perdita! –ripetè.
-Si, ma il grano era avariato, per questo si è potuto vendere tutto- rispose l’altro di quelli che presiedevano.
-Vendere? Ronzuelos era incapace… era integerrimo… voglio dire, integerrimo.
-Ma chi parla d Ronzuelos? Parliamo del grano che ha venduto Pérez Pinto…
-Ma io parlo del defunto.
-Ah, si. Era un tipo.
-Giusto, un tipo. È ciò di cui abbiamo bisogno in questo Paese senza…
-Senza càrattere –aggiunse l’interlocutore finendo la frase rimarcando l’accento sdrucciolo.
Don Mateo non sapeva se “carattere” fosse sdrucciolo o no, ma da allora seppe a cosa attenersi.
Arrivammo al cimitero. Allora quelli del corteo, per la prima volta, si ricordarono di me. Intorno alla bara si collocò il partito che don Mateo avrebbe seguito anche nei suoi errori. Ci fu un silenzio che non chiamerò solenne, perché non lo era. Tutti i presenti aspettavano con maliziosa curiosità il discorso di Gómez. –È un inetto, ora vediamo- dicevano alcuni. – Non sa parlare, ma è un uomo energico. È ciò di cui abbiamo bisogno –qualcuno interrompeva. –Meno parole e più fatti è ciò di cui ha bisogno il Paese.
-È così… così… così… –dissero in molti. –Cosììì!… -ripetè l’eco da lontano.
-Signori -esclamò don Mateo, dopo aver tossito due volte ed essersi sfilato ed infilato un guanto-. Signori, un altro campione è caduto ferito come dalla luce (non sapeva che mi aveva ucciso l’umidità) nella lotta del progresso contro l’oscurantismo. Cittadino, sposo e liberale modello, brillò tra le sue virtù come astro maggiore la gran virtù civica della sostanza. Integro come pochi, il suo cuore era un libro aperto. Cittadino, sposo e liberale modello… -don Mateo si ricordò improvvisamente che questo l’aveva già detto; tremò come innervosito, sentì che la memoria e tutti i pensieri affondavano in una fossa più oscura della sepoltura che mi avrebbe inghiottito, ed in quell’istante mi invidiò; avrebbe fatto a cambio col defunto. Il cimitero incominciò a girare, i mausolei ballavano e la terra sprofondava. Io, che ero lì presente, alla vista di tutti, dovetti fare un grande sforzo per non ridere e conservare la serietà tipica del cadavere in una tanto funebre cerimonia. Tornò a regnare il silenzio delle tombe. Don Mateo cercava la parola ribelle, il pubblico zittiva, con un silenzio che valeva come una tormenta di sussurri; si sentiva solo il risplendere dei ceri ed il rumore dell’aria tra i rami dei cipressi. Don Mateo, mentre cercava il filo del discorso, malediceva la sua sfortuna, malediceva il morto, il partito e la brutta abitudine di parlare, che non porta a niente, perché quello che serve sono i fatti. «A che mi è servita una vita di sacrifici sulle ali o sulle ari (Don Mateo non ha mai saputo se si dicesse ali o ari a tal proposito) sulle ali della libertà, pensava, sì, perché non sono un Cicerone? Perché sono messo in ridicolo agli occhi di molti meno influenti e meno patrioti di me? ». Alla fine riuscì a riprendere quello che lui chiamava il filo del discorso e proseguì: -Ah, signori, Ronzuelos, Agapito Ronzuelos fu un martire dell’idea (dell’umidità, signore mio, dell’umidità), dell’idea santa, dell’idea pura, dell’idea del progresso, del progresso indefinito! Non era un uomo di parola, voglio dire, non era un oratore, perché in questo Paese disgraziato sopravvivono gli oratori, ciò che serve è carattere, fatti e tanta sostanza-. Ci furono sussurri di approvazione e don Mateo ne approfittò per terminare il suo discorso. Si sciolse il corteo. Allora si parlò un po’ di me, per criticare l’orazione funebre del presidente effettivo del comitato.
-La verità è -disse uno accendendo un cerino sul coperchio della mia bara-, che don Mateo non ha detto più che due o tre luoghi comuni.
-Chiaro -disse l’altro-, quello del cerino; per i più, questo povero Ronzuelos era una buona persona e nient’altro. Che carattere doveva avere!
-Nessuna rilevanza.
-Ma era un gran giocatore di scacchi.
-È da vedere -replicò un altro-. Vinceva perché imbrogliava. Si metteva i pezzi in tasca.
Chi parlava così era Roque Tuyo, il mio rivale, quell’infame che arroccava dopo aver mosso il re!
Non riuscii a contenermi. –Menti! –gridai saltando dalla cassa. Ma non vidi nessuno; erano scomparsi tutti. Scendeva la notte; la luna campeggiava dietro le lapidi del cimitero. I cipressi inclinavano le loro cime acute in un malinconico viavai, gemeva il vento tra i rami, come poco prima, quando zittì don Mateo.
Arrivò uno scavatore. –Che ci fa lei qui? –mi disse, un po’ spaventato. Sono il defunto – risposi-. Si, il defunto, non ti spaventare. Ascolta: prendo in fitto questo loculo; ti pagherò per vivere in esso meglio di come ci vivrebbe un morto. Non voglio tornare alla città dei vivi… Mia moglie, Perico, Clemente, il partito, don Mateo… e soprattutto Roque Tuyo, mi fanno schifo-. Lo scavatore disse “Amen”. Rimanemmo d’accordo: il cimitero sarebbe stato il mio albergo, e quella nicchia il mio letto. Però, ahimè!, anche lo scavatore era un uomo. Mi vendette. Il giorno seguente vennero a cercarmi Clemente, Perico, mia moglie e una commissione del mio partito, con don Mateo in testa. Resistetti quanto potei, difendendomi con un femore; ma mi vinsero nel numero; mi presero; mi vestirono con un abito da pedone bianco, mi misero in un casella nera, e me ne sto qui, senza che nessuno mi muova, minacciato da un cavallo che non smette di mangiarmi e non fa che darmi cazzotti in testa. E i piedi fradici, come se fossi riso.