Lo strano caso “Petaloso”: quando la creatività linguistica diventa attualità

Siccome a noi di Tif piace stare sempre sul pezzo, oggi ne approfittiamo per dire la nostra su una cosa accaduta almeno un mese fa. Non è che siamo ritardatari, è che da bravi giornalisti sappiamo che bisogna sempre mettere un po’ di distanza, che sia critica o temporale, tra l’osservatore e il fatto. Ecco quindi che oggi parliamo di una vera e propria rivoluzione della nostra lingua, che ci troveremo di sicuro nel servizio del tg1 del 31 dicembre 2016 tra le grandi cose accadute quest’anno, arco temporale che si preannuncia drammatico. Non parliamo della dipartita di Umberto Eco o dell’entrata del “ma però” nelle grammatiche ufficiali, bensì dell’invenzione del secolo, l’aggettivo “petaloso”.
La storia la conosciamo tutti, e chi non la conosce non si perde un granché. Un bambino di terza elementare studia gli aggettivi, scrive un compitino e inventa una parola nuova. La maestra la segna come errore, ma riconosce che è bella e la manda alla crusca. Ciò suona come uno dei miei 18 con lode: l’istituzione apprezza la tua idea, la trova interessante ma non è quella sul libro, quindi è un errore, però un errore bello. Siccome l’errore è simpatico, la maestra chiede il parere della Crusca, che miracolosamente risponde:

La lettera dell'accademia della crusca che fa entrare la parola petaloso nel suo vocabolario«Caro Matteo, la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano come sono usate parole formate nello stesso modo. Ma bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano» eccetera, eccetera.

Da lì il putiferio. L’altro Matteo ne fa il simbolo dell’Italia che inventa, che va oltre gli schemi e modifica la realtà a suo uso e consumo (che detta così sembra una versione scialba del rapporto utilitaristico tra positivismo e natura), la “notizia” rimbalza di testata in testata, i media nazionali non parlano d’altro per un po’, la linguistica (de)generativa diventa attualità anche grazie ai geniali The Jackal, (che non per niente so’ napoletani), che puntano il dito contro questo Stato indecente: «dov’era lo Stato quando Antonio Banderas scriveva all’Accademia della Crusca?».

L’ironica domanda non si ferma però all’ “inzupposo” di petalosa memoria, quantoinzupposo-petaloso piuttosto si può estendere a più chiavi di lettura (si sa, che noi di Tif abbiamo una certa propensione al pippone):
1) «dov’era lo Stato quando Antonio Banderas scriveva all’Accademia della Crusca?»: dov’era ogni volta (cioè milioni di volte) che viene inventata una parola. L’invenzione linguistica fa parte della lingua da quando essa esiste. Lo vediamo tutti i giorni, dalla pubblicità alla poesia, dalla letteratura seria a mio nipote di tre anni e mezzo che mi chiama Barbazìo, perché suo papà non ha la barba e non può chiamarlo Barbapapà. Non è quindi una novità il concetto di creatività della lingua. Ci lavora ormai da mezzo secolo il lingui-star Noam Chomsky, con riflessioni che danno vita ad un dibattito ancora vivissimo. Dalle considerazioni di Chomsky prendono polemicamente vita gli studi del professor Emiliano La Licata, che riprende Wittgenstein, così come mutuato da Kauffman, nell’articolo “La creatività dell’uso linguistico tra Chomsky e Wittgenstein”:

«Per il Kauffman che legge Wittgenstein, il gioco linguistico è il luogo dove si produce
creatività linguistica, dove si produce innovazione linguistica che non può essere prevista
a priori. Il gioco linguistico è quell’officina di lavoro dove vengono costruiti e ricostruiti gli usi linguistici con un movimento verso l’alto, emergente, che sfrutta le capacità costruttive dei parlanti che in maniera collettiva, nel gioco,ricamano forme sensate sulla sfondo di una entropia semantica sempre in agguato  e pronta a prendere il sopravvento sul lavoro svolto. Kauffman riesce a fare venire fuori un concetto di creatività linguistica che ruota attorno all’uso del significato che avviene all’interno del gioco linguistico. Nell’idea di Wittgenstein, il gioco linguistico è uno spazio regolato in maniera flessibile e per nulla rigida; le regole del gioco linguistico sono abitudini collettive che poggiano su niente altro che la fiducia sociale che si ripone in queste. Usare un significato all’interno del gioco comporta una scelta: o aderire ad un paradigma di correttezza socialmente riconosciuto, oppure avventurarsi nell’ignoto entropico che è il presupposto del cambiamento. Infatti, proprio per il fatto che si è rinunciato all’ordinario e al conosciuto, è possibile sviluppare qualcosa di nuovo ed esercitare così la propria creatività che può condurre all’innovazione all’interno del gioco.»

Mentre Chomsky si limita alla concezione di creatività linguistica non come dirompente arte creativa, ma come elemento naturale (per non dire “darwiniano”) e necessario all’evoluzione e alla formazione di lingue naturali. L’”evoluzione linguistica”, e le virgolette sono d’obbligo, concepita da Chomsky non risentirebbe però di « […] un principio meccanico, di un principio che pone relazioni di causa-effetto, o relazioni deterministiche in genere, tra la mente e il corpo: «beyond the limitations of any imaginable mechanism». Il principio creativo chomskiano è allora, come già detto, un principio del tutto scisso da ogni forma di legalismo naturale o sociale: non ci sono leggi di natura che obbligano a proferire alcune espressioni piuttosto che altre, non ci sono norme sociali che determinano il nostro uso linguistico”

Sarebbero quindi solo meccanici, e riprende infatti i principi di causa-effetto cartesiani, i comportamenti che secondo Chomsky spingono l’uomo a creare una “nuova” lingua, ma non scende nel dettaglio di cosa li spinga a creare “dall’interno” della lingua stessa:

«In summary, it is the diversity of human behavior, its appropriateness to new situations, and man’s capacity to innovate – the creative aspect of language use providing the principal indication of this – that leads Descartes to attribute possession of mind to other humans, since he regards this capacity as beyond the limitations of any imaginable mechanism. Thus a fully adequate psychology requires the postulation of a “creative principle” alongside of the “mechanical principle”that suffices to account for all other aspects of the inanimate and animate world and for a significantrange of human actions and “passions” as well.» (CHOMSKY 1966: 6).

2) Altro aspetto della domanda: «dov’era il giornalismo quando Antonio Banderas scriveva all’Accademia della Crusca?». Dormiva, o guardava altrove (e lasciamo stare il meccanismo malato del click facile). Paradossalmente, il giornalismo, che della lingua vive e in essa si crogiola (come l’abuso della parola “choc”, che mi fa sempre presagire un dramma al cioccolato), raramente si lancia in un ragionamento linguistico. E quando la lingua diventa attualità è per un abuso (come in questo caso della politica che se ne appropria, o di qualcuno che registra la “parola” petaloso come marchio registrato) o perché diventa arma immateriale di una lotta ideologica. Il secondo caso si riferisce ai rari casi di riflessione linguistica applicata al giornalismo o all’ideologia. Penso ad esempio a quando Roberto Saviano scorreva su Raiuno i titoli sensazionalistici di alcuni giornali di cronaca nera: “giustiziato” Tizio, “spedizione punitiva” su Caio, Sempronio “tradito” (quando non “cantato”); o a quando, recentemente, il movimento neoborbonico ha denunciato la Walt Disney per aver dato al protagonista negativo di Zootropolis la voce di Frank Matano – che non ha proprio l’accento di Bergamo alta – perpetuando così i luoghi comuni che gravano su Napoli e i napoletani.

Cos’è successo, quindi? Essenzialmente niente. Delle tante testate che hanno fatto il copia-incolla della lettera della Crusca, nessuno si è lanciato in un ragionamento o una spiegazione. Tutti pro o contro qualcosa, divisi tra puristi della lingua e imperterriti innovatori, ma mai un accenno ad una minima differenza tra grammatica e linguistica. Semplifichiamo così: la prima studia come si dovrebbe parlare una lingua, la linguistica come questa si parla, ecco perché nessuna grammatica di base investigherà sul “che” polivalente, spiegherà perché i verbali delle forze dell’ordine pullulano di imperfetto storico o perché l’italiano parlato mediamente preferisce l’imperfetto con uso condizionale. La Crusca, insomma, non ha fatto altro che un atto di grande onestà: ha detto al piccolo Matteo che non ha fatto niente di nuovo e che la sua parola difficilmente conterà qualcosa. A meno che non diventi una marca, è ovvio.

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