Adattamento, ricodifica e traduzione: analogie, sfumature e differenze

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Peeter Torop presenta l’edizione italiana de “La traduzione totale” presso il ristorante “Le tre Grazie” di Padula (Sa). In questa foto di repertorio aspetta le fritturine.

Tanti traduttologi di svariata levatura si sono interrogati circa la natura della traduzione. Per la maggior parte della popolazione mondiale la traduzione è una manifestazione così scontata e naturale che viene a stento considerata un fatto linguistico. Senza scomodare la neurolinguistica – ‘ché non è lavoro nostro – si può però affermare senza paura di smentite che sia un tema complesso, al punto che tanti studiosi di traduzione, complici anche i tempi acerbi degli studi traduttologici, hanno attinto la soluzione al problema dall’attinente campo della semiotica. La traduzione, quindi, si confonde facilmente con una questione di ricodifica tra sistemi segnici, che Peeter Torop nel glossario di “la traduzione totale” sintetizza così:

“Riscrittura di un testo in un codice diverso. Trasformazione di un testo da un sistema semiotico a un altro. Se il trasferimento è interlinguistico, la ricodifica si chiama «traduzione» (propriamente detta). Il concetto di «ricodifica» è strettamente legato alla sintesi che viene operata avendo come punto di riferimento l’accessibilità da parte della cultura ricevente.”

Ricordiamo che Peeter Torop, essendo russo, attinge a piene mani dalla scuola traduttologica di Tartu-Mosca e che quindi la terminologia non sempre corrisponde del tutto alla terminologia condivisa dagli studi occidentali. Saremmo naturalmente portati a pensare che il concetto di “ricodifica” sia più legato ai sistemi segnici che a sistemi linguistici, per i quali si usa il termine “traduzione”.

Annichiliti dalla comprovata impossibilità di fondo di una comunicazione totale non da

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In questo rarissimo scatto un inedito Frank Zappa cerca di coniugare critica musicale, danza e architettura.

lingua a lingua o cultura a cultura ma da individuo a individuo, sembra altrettanto impossibile trasportare in maniera del tutto efficace un messaggio da un codice all’altro. Per spiegarla alla maniera del vecchio zio Frank (Zappa), “scrivere di musica è come ballare di architettura”, ma ciò che sembra impossibile nella teoria si dimostra spesso non solo possibile, ma anche indispensabile nella pratica. Mi riferisco a quelle operazioni di ricodifica (o se si preferisce, adattamento) di una manifestazione artistica (che sia letteratura, arte visiva e via discorrendo) che venga reinterpretata in un altro linguaggio artistico, come può essere la trasposizione di un episodio biblico (letteratura per eccellenza) in un quadro, un affresco, una statua, un film, un musical o una cantata dei pastori.

 

L’adattamento avviene quando si sintetizza un messaggio con le regole codificate nel linguaggio di arrivo: una serie di eventi messi in letteratura viene quindi cristallizzato in un singolo momento (concentrando spesso nei dettagli un complesso sistema di segni) nell’arte visiva, come una specie di frame.
Diverso il discorso per altre realtà artistiche che hanno uno sviluppo nel tempo (nel tempo della lettura come nel tempo cronologico) come possono essere il cinema, il teatro, il musical, la musica o il riadattamento letterario, in cui il procedere degli eventi deve necessariamente adattarsi agli eventi materialmente rappresentabili nel linguaggio artistico d’arrivo condensando la dominante nelle possibilità offerte dai canoni del linguaggio d’arrivo. In sintesi, è teoricamente realizzabile rappresentare teatralmente tutto il don Chisciotte senza tagli, ma non è tecnicamente consigliabile per esigenze sceniche. Idem per il cinema, per il musical e in certa misura anche per le edizioni per ragazzi, un’edizione a fumetti o di una versione in prosa di una poesia.
Negli ultimi tre casi accade in un certo senso quanto accade nelle edizioni critiche di un testo: qualsiasi testo venga spiegato in toto o in parte, qualunque testo venga modificato, “completato”, ridotto o rielaborato è passibile di modifiche sostanziali e necessariamente e aprioristicamente importanti in quanto l’autore di queste modifiche non potrà fare a meno di plasmare l’opera alla base della dominante che egli individua all’ombra dei propri studi o della propria visione del mondo. Chiunque, insomma, si trovi a redigere un testo e lo modifichi anche solo di una virgola, diventa immancabilmente un censore. E non è neanche necessario tagliare parte dell’opera per diventarlo, poiché anche dare una visione critica di un testo complesso con note a piè di pagina può significare tagliare fuori altre interpretazioni possibili.

La differenza quindi tra traduzione e adattamento se non è inesistente è perlomeno una pallida sfumatura. Se la traduzione “propriamente detta” si propone di rendere fruibile un messaggio lanciato da un parlante di una lingua A ad un ascoltatore di lingua B, è chiaro che il messaggio viene automaticamente adattato alla lingua B poiché l’ascoltatore non condivide gli stessi schemi linguistici del parlante della lingua A. Se un testo viene modificato per far sì che tale opera possa essere fruibile al lettore / utente che non condivida gli stessi schemi (letterari, intellettivi, culturali), va da sé che anche un riadattamento è una traduzione, persino intralinguistica.
La sfumatura tra traduzione e adattamento è così pallida che, pur senza mai utilizzare il sostantivo “adattamento”, il belga André Lefevere opera, utilizzando come spunto le traduzioni dei versi di Catullo dei traduttori inglesi, delle distinzioni formali tra tecniche traduttive poetiche a seconda della dominante che il traduttore-poeta o l’editore vuole o deve assecondare:

1) traduzione fonemica
2) traduzione letterale
3) traduzione metrica
4) traduzione in prosa
5) traduzione in rima
6) traduzione in versi liberi
7) interpretazione

Qualsiasi scelta traduttiva può risultare lesiva per il testo d’origine, per cui in linea teorica qualunque scelta prenda il traduttore, il risultato può trasformarsi in un completo disastro.

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