Tabucchi tra traduzione e autotraduzione

Il viaggio di Tabucchi nella Traduzione
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Antonio Tabucchi

Scrittore di nota fama internazionale, traduttore, insegnante di lingua e letteratura portoghese nonché uno dei più emeriti esegeti di Fernando Pessoa, Antonio Tabucchi ha consacrato la sua intera esistenza alla Letteratura lasciandoci preziose opere di grande rilevanza letteraria, linguistica e politica. Con ferma lucidità e parole poetiche, Tabucchi ha rivelato verità nascoste e impercettibili, ha saputo dar voce a quelle forze tumultuose che scuotevano gli animi della società a lui contemporanea diventando un letterato impegnato. L’amore sconfinato per la lingua, la letteratura e la cultura più in generale lo ha condotto dapprima in Francia e poi nel luogo a lui più caro e affettivo che è poi divenuto la sua patria adottiva: il Portogallo. La sua carriera da filologo e mitografo di Pessoa ha avuto inizio in maniera del tutto fortuita: Tabucchi si trovava a Parigi per studiare quando, prima di ritornare in Toscana, incontra su una bancarella vicino Gare de Lyon un libricino di poesie un po’ usurato dal titolo Bureau de Tabac1, firmato Álvaro de Campos, uno degli eteronimi di Fernando Pessoa, poeta allora poco conosciuto. Tabucchi s’imbatte in quella che è stata la prima traduzione in assoluto di colui che diverrà poi un noto scrittore. “Mi colpì moltissimo: ero abituato ad una poesia sostanzialmente lirica, trovavo lì invece una poesia che era insieme teatro, riflessione filosofica, racconto. Mi dissi che se c’era uno scrittore capace di esprimere tutte queste cose in un poema dovevo impararne la lingua.”

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Fernando Pessoa

L’entusiasmo e l’ammirazione per quei versi e per quella lingua a lui completamente sconosciuta, lo porteranno – una volta tornato in Italia – ad iscriversi alla facoltà di lingua e letteratura portoghese divenendo così il più autorevole studioso di lusitanistica. Insieme alla moglie portoghese Maria-Josè de Lancastre, curerà con amore e devozione tutte le opere dello scrittore e tra i suoi innumerevoli contribuiti, il primo fu quello di aver portato in Italia la conoscenza della letteratura portoghese.

Attento esaminatore di tutto ciò che concerne il sapere letterario, Tabucchi non poteva non spendere significative parole a proposito dell’esperienza traduttiva da lui vissuta con fervente passione:

“La traduzione non è l’opera, è un viaggio verso l’opera. Il traduttore è Ulisse, colui che fa la traversata e porta il libro nel viaggio, lo porta altrove. Tradurre è una grande avventura, una bellissima avventura e una maniera di entrare nel tessuto linguistico, nel capire le cose più nascoste della creazione letteraria e dunque è una cultura affascinante. Per fare una buona traduzione ci vogliono due cose che, paradossalmente, devono stare insieme: ci vuole arroganza perché tradurre è una forma di arroganza, trasportiamo il testo nella nostra lingua e quindi lo modifichiamo inevitabilmente anche se siamo fedeli; ma ci vuole anche umiltà per fare una traduzione. Si impara molto, è un bell’esercizio ed è anche una forma di scrittura così come la scrittura è un tipo particolare di traduzione perché trasforma il contenuto delle nostre idee dalla forma confusa e vaga che abbiamo in mente in una forma scritta.”

Il suo modo di percepire l’atto traduttivo come un vero e proprio viaggio, lo ha spinto a varcare il filo dell’orizzonte al di là del quale vi è tutto un mondo che attende di essere dispiegato. Ma, nonostante il suo genio poetico e la sua abilità creativa, anche Tabucchi, da autore bilingue qual era, si è trovato dinanzi ad uno scoglio difficile da sormontare; non nell’ambito della traduzione bensì in quella che potrebbe apparire come una via più semplice per trasporre un testo da una lingua all’altra, ossia l’auto-traduzione.

L’auto-traduzione: il caso Requiem di Tabucchi

Piccolo cenno sull’auto-traduzione

L’auto-traduzione è una particolare forma di traduzione nella quale l’autore del testo è anche il traduttore dell’opera che ha concepito. Questa pratica è stata riconosciuta come branca della traduttologia soltanto a partire dal 1998 nonostante la sua nascita risalga ad un passato ben più lontano: il medioevo. All’epoca, infatti, di testi auto-tradotti ne esistevano a bizzeffe e sulla scia di quei primi scrittori molti autori moderni si sono cimentati in questa pratica, traducendo autonomamente le proprie opere. Tra i casi di auto-traduzione più studiati sono annoverati Beckett, Nabokov, Conrad, Kundera. Una riflessione molto accurata su che cos’è l’auto-traduzione la si può trovare in questo articolo: https://www.academia.edu/746415/Lost_in_self-_translation_riflessioni_sullautotraduzione

Molti autori ritengono che l’auto-traduzione sia una pratica meno vincolante e quindi, in un certo senso, più semplice dal momento che si conosce appieno il testo di partenza. Non è questo il caso di Requiem di Tabucchi che può esser considerato come un caso di mancata auto-traduzione espressamente voluta dallo scrittore.

Nel 1991, Tabucchi si trovava a Parigi. Una notte gli appare in sogno suo padre, morto da diversi anni, che gli parla in portoghese pur non avendolo mai imparato; conosceva una sola espressione che gli era stata insegnata da Tabucchi, ‘pá’, abbreviazione di rapaz=ragazzo, con la quale si rivolgeva al figlio in maniera scherzosa e il quale, a sua volta, lo chiamava con l’abbreviazione di papà, ‘pà’, dando così vita ad una sorta di idioletto personale e riservato. Quando la mattina seguente si desta dal sonno, per non dimenticare quanto avvenuto durante le ore notturne, Tabucchi prova a mettere per iscritto il suo sogno ma in quel momento anziché riportarlo nella sua lingua madre lo traspone su carta in portoghese. Provò poi a tradurlo in italiano ma, nel praticare l’auto-traduzione, si accorse di non riuscirvi in alcun modo; le motivazioni sono spiegate dallo stesso Tabucchi che, nella prefazione all’edizione italiana, esordisce così:

“Se qualcuno mi chiedesse perché questa storia è stata scritta in portoghese, risponderei che una storia come questa avrebbe potuto essere scritta solo in portoghese, e basta. Ma c’è un’altra cosa da chiarire. A rigore, un Requiem dovrebbe essere scritto in latino, perlomeno secondo quanto la tradizione prescrive. Ora si dà il caso che io, disgraziatamente, col latino me la passi male. Sia come sia, ho capito che non potevo scrivere un Requiem nella mia lingua, e che avevo bisogno di una lingua differente: una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione. […] Questo libro è un omaggio ad un paese che io ho adottato e che mi ha adottato a sua volta, ad una gente cui sono piaciuto e che, a sua volta, è piaciuta a me.”

Tabucchi, quindi, non poteva che utilizzare quella lingua a lui tanto cara nella quale ha riso, vissuto, sognato, amato e forse odiato, una lingua insomma che era il riflesso di tutte le sue più intime emozioni. Non bisogna stupirsi se, per uscire da quell’impasse , l’autore abbia voluto affidare la traduzione italiana al suo amico Sergio Vecchio il quale, a sua volta, si ritrovò a fronteggiare un altro problema. La traduzione, si sa, è già di per sé un’impresa complessa ma lo diviene ancor più se il testo di partenza, come nel caso di Requiem, è impregnato di valenze simboliche e affettive appartenenti unicamente al vissuto portoghese.

C.P. Colardeau, a proposito della traduzione, dice che: “Se vi è un merito nel tradurre è forse quello di perfezionare, lì dove è possibile, l’Originale, d’imbellirlo, di farlo proprio, di donargli un’aria Nazionale e di naturalizzare, in qualche modo, questa produzione straniera”2. Come tradurre, quindi, un racconto concepito in portoghese e fargli assumere un’aria – nel nostro caso – tipicamente italiana?

Nella Nota d’Autore all’edizione tradotta di Requiem, Vecchio ci mette al corrente delle difficoltà incontrate nel tradurre un’opera di quella portata: “Dice l’Autore che ‘una storia come questa avrebbe potuto essere scritta solo in portoghese’. Poiché il portoghese lo conosce al punto da poterci scrivere una storia come questa, non c’è nulla di strano che lo abbia fatto: anche Fernando Pessoa, che attraverso questa storia vaga come un fantasma, scriveva in inglese, lingua dell’infanzia e dell’apprendistato letterario, poesie erotiche e racconti del mistero. Ma si dovrebbe chiedere all’Autore, che è uno scrittore italiano, perché non abbia voluto assumere il ruolo del traduttore di se stesso, visto che in italiano questa storia viene ora pubblicata. Risponderebbe, credo (anzi lo so), che, se lo avesse fatto, questa storia sarebbe diventata un’altra storia: poiché uno scrittore è anche e soprattutto la sua lingua. [ … ] Quando mi sono deciso a tradurre questa storia, che l’Autore non poteva scrivere se non in portoghese, mi sono trovato in un doppio imbarazzo. Il primo mi era procurato da una conoscenza più affettiva che funzionale della lingua portoghese; il secondo, e più grave, dal fatto che si trattava di restituire alla lingua dell’Autore (cioè, a gran parte del suo essere lo scrittore Antonio Tabucchi) una storia che gli apparteneva al punto da poter essere scritta solo in portoghese. Li ho superati entrambi (insieme con l’effetto intimidatorio che poteva provocarmi, all’interno dell’uso di una ‘langue’ comune, la ‘parole’ dell’Autore) grazie ad una citazione di Bertrand Russell che trovo riferita da Roman Jakobson nel suo saggio sugli Aspetti linguistici della traduzione: ‘Nessuno può comprendere la parola formaggio se prima non ha un’esperienza non linguistica del formaggio’. […] Se ogni traduzione è un tradimento, nel caso inedito della traduzione in italiano di uno scrittore italiano i rischi rischiano di essere infiniti”.

E’ quindi lecita la preoccupazione, da parte di Vecchio, di non tradire o violare l’essenza di un testo così delicato e difficile da trasporre nella nostra lingua per mantenere intatta la sua natura e garantirne l’autenticità. Così com’è altrettanto complicato dare una esauriente definizione di cosa si intende per saudade. Il tratto più interessante di questa traduzione è la Nota del Traduttore alla fine del libro; Vecchio, con minuzia, riporta tutti i nomi delle pietanze tipiche portoghesi che s’incontrano nel libro: la feijoada, il sarrabulho à moda do Douro, l’arroz de tamboril. Questa nota è dunque esplicative di numerosi dati caratteristici del Portogallo. Vecchio ha saputo ben fronteggiare quelle increspature iniziali grazie all’intima conoscenza che aveva di Tabucchi ma anche per le sue personali esperienze con il Portogallo; l’arduo compito di tradurre una siffatta opera è stato svolto, nonostante tutto, in maniera brillante.

Quando poi nel 1992 la casa editrice francese chiese la traduzione di Requiem, Tabucchi propose all’amico Bernard Comment – che di mestiere, proprio come Vecchio, non faceva il traduttore – di aiutarlo nell’impresa. In quanto conoscitore del francese, avrebbe, anche in questo caso, potuto farla da sé ma preferì condividere l’esperienza traduttiva con un madrelingua francese piuttosto che auto-tradursi. In un convegno facente parte del ciclo di “La traduzione d’autore”3, Tabucchi narra di come si è svolta questa sua traduzione verso il francese. Fu lo stesso Tabucchi a proporre a Comment di collaborare pur sapendo che stava affidando parte del lavoro ad un giovane scrittore alle prime armi che non si occupava di traduzione, ha infatti tradotto unicamente i libri Tabucchi. Prosegue poi con un elogio del traduttore dicendo che “lo scrittore dovrebbe avere una gratitudine immensa per i propri traduttori”. Nel corso del dibattito ha infatti rammendato i suoi traduttori, esprimendo tutta la sua più sentita riconoscenza.

Tabucchi dunque, da buon traduttore e amante delle parole, sapeva bene cosa si cela dietro una pratica così bella quanto complicata e il consiglio che elargisce generosamente è che: “Per la traduzione letteraria bisogna avere amore e, soprattutto, per farla bene, bisogna leggere, leggere tanto, leggere tutto”.

Colardeau, C.P. (1822). Oeuvres de Colardeau, de l’Académie Françoise. Tome second. Paris : Ménard et Desenne fils.

Tabucchi, A. (1992). Requiem. Milano: Giangiacomo Feltrinelli.

1 Poesia completa in francese, portoghese e italiano: http://dormirajamais.org/bureau/
2 Charles-Pierre Colardeau, Oeuvres de Colardeau, de l’Académie Françoise. Tome second. Paris, Ménard et Desenne fils, 1822. (trad.mia)

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