MiNNuCCi’S FiNeST #2 -Voilà ovvero oiccànn ovvero ancora Leopardi traduttore

Andiamo qui a concludere il nostro ragionamento su Leopardi traduttore. Non perdetevi la prossima minnucciata: il Piccolo prontuario ritmico dell’inglesista.

Più una lingua è perfetta, meno è universale: l’indefinito come principio costitutivo del tradurre

Passando in rassegna le lingue classiche e moderne, e disponendole in base al criterio dell’essere più o meno adatte a tradurre altre lingue, Leopardi pone italiano, greco antico e tedesco da una parte, latino classico e francese dall’altra. Le prime sono traduttrici perfette, a causa della loro natura multiforme, della ricchezza di registri espressivi, frammentata in dialetti, e per non essere state mai, nel corso della loro storia, rigidamente istituzionalizzate. Esattamente il contrario è avvenuto al latino, causa la sistemazione stilistica e lessicale operata da Cicerone per la prosa, Virgilio per la poesia, e al francese, per il motivo già accennato, che sono quindi idiomi assai poco propensi ad accogliere in sé l’impronta d’un’opera straniera.

Una lingua è in effetti tanto più adatta a tradurre quanto meno è uniforme, quanto più è frammentata in stili, forme espressive, dialetti, quasi irriducibili in una parlata unica. L’insieme delle varietà espressive di una lingua è una ricchezza, potremmo dire, dinamica, poiché si basa su un pieno che, in presenza del vuoto, si apre. Consideriamo la arcinota teoria leopardiana del piacere: la fantasia poetica è stimolata da qualcosa che i sensi ci presentano come indefinito, incompleto, a completarne l’immagine in totale libertà, limitata solo dalla vaga matrice della fantasia. Allo stesso modo, come nell’ambito della percezione sensoriale è ciò che non vediamo a stimolare la fantasia gaudente del poeta, così la poiési del traduttore è nutrita da ciò che la lingua dell’originale non può dire al di fuori di se stessa. Una volta approfondita la “tradizione” del testo che andiamo a tradurre, e cioè conosciuta bene la vita dell’opera, – e cioè, repetita iuvant, il suo senso contestualmente alla propria cultura ed epoca, al genio della propria lingua, alle intenzioni stilistiche dell’autore – e da essa ricavate le nostre direttive d’espressività in conformità con la natura e la bellezza, dobbiamo ricostruire la lingua dell’originale. È proprio a questo punto che ci rendiamo conto di non avere nulla, scontrandoci con l’irriducibile varietà delle lingue, con l’indefinitezza inafferrabile di tutti gli apparati segnici. Se dal punto di vista dei contenuti, abbiamo visto, ci salvano le fasi precedenti del lavoro (vedi Minnucci’s Finest #1), a salvarci dal punto di vista della forma espressiva è proprio l’affettazione. Volendo infatti rendere una qualunque espressione straniera nella sua esattezza semantica, non ne risulterebbe altro che un misero fallimento. Le istanze pratiche ci rendono senza dubbio obbligatoria l’accettazione dell’indefinitezza come componente del meccanismo comunicativo non solo naturale ma necessaria, poiché senza questa componente ogni lingua sarebbe solo trasmissione di contenuti appresi e non potrebbe creare nulla.

È dunque il “vago e indefinito” intrinseco alla significazione, l’impossibilità che un pensiero forgiato in una determinata lingua possa essere espresso completo ed esauriente in un’altra a dare al mestiere di traduttore una sconfinata portata creativa, a rendere l’affettazione (vedi sempre Minn.Fin.#1) un meccanismo di creazione originale, totalmente estraneo alla copia, proprio per il fatto che tra una lingua tradotta e la destinataria passa la stessa differenza che c’è tra il modello e il blocco di marmo dello scultore; la traduzione è parola nuova, poiché non copia l’altra lingua ma ne scopre i meccanismi di significazione più riconoscibili al traduttore e li rinnova nell’ambito della poiési man mano delineata nella traduzione. Questo può tuttavia avvenire alla sola condizione di una approfonditissima conoscenza della propria lingua in quante più diverse sfaccettature stilistiche ed espressive si riesca.

È però fondamentale, per la mente umana anche al di là della traduzione, la conoscenza e padronanza di più lingue, come è detto in Zibaldone pp. 94-95: data la irriducibile varietà delle lingue, né alcuna esistendone capace di «corrispondere ed esprimere tutti gl’ infiniti particolari del pensiero», la poliglossia è condizione necessaria ad un pensare «facile» e «chiaro». Pensare infatti è lo stesso che «parlare seco», e la padronanza di più idiomi – dato che qualsiasi concetto o idea si determina e sostanzia all’anima solamente quando se ne possiede e padroneggia l’espressione linguistica per l’uso che di essa si fa nella lingua in cui è stata forgiata – conferisce all’anima la padronanza di più forme di pensiero, ognuna nitida, determinata, circoscritta, completa, perché forgiata in noi dalla stessa lingua in cui solamente quel determinato pensiero è ben espresso.

Lungi perciò dal voler risolvere la variabilità delle lingue in una struttura di pensiero unitaria e logicamente coerente, Leopardi concepisce la traduzione come modo per immergersi creativamente nello sconfinato universo creato dal contatto tra due lingue diverse, e rigetta i progetti di lingua universale, perché sono astratti, privi di vita, e vedono la lingua come un’algebra funzionale, ma soprattutto fanno parlare soltanto la ragione, che è uniforme e arida in tutti, mentre la lingua è, come l’immaginazione, estremamente varia e fertile e in continua evoluzione.

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