Adattamento dei dialoghi dei Simpson (ovvero perché Carl parla veneto)

Ci sono cose che un osservatore della realtà più o meno attento si chiede almeno una volta nella vita. Cosa ha detto Materazzi a Zidane quel giorno d’estate 2006? Chi è Amilcare Pachuco? Cosa farò a capodanno? Come parlano i Simpson in giro per il mondo?

Bella domanda, quest’ultima, e per niente banale. Essa infatti può vantare il triste merito di aver incuriosito tanti spettatori italici e soprattutto di aver tolto il sonno a diversi professionisti della lingua su e giù per lo Stivale. Il perché è presto detto: i Simpson sono il cartone animato più “italiano” della storia del nostro palinsesto televisivo, almeno dal punto di vista linguistico. Inutile a dirsi, contemporaneamente dall’altro lato del mondo qualche occhialuto americano starà descrivendo “I Simpson” come il cartone “più americano” di sempre, e con giusta ragione. Come sappiamo tutti, praticamente ogni personaggio della fortunata serie marcata Fox è basato su un luogo comune, uno stereotipo che mostrerà le proprie complessità lungo le (finora) 27 stagioni. Quasi tutti gli stereotipi che fanno capolino nel mondo di Homer e soci sono di così facile connotazione che raramente hanno bisogno di assumere un accento particolare. Gli stessi abitanti del 742 di Evergreen Terrace non hanno un accento diatopicamente riconoscibile. Ciò avviene per la banale ragione per la quale, volendo Matt Groening rappresentare “la” famiglia americana, non aveva alcun motivo di localizzarla in tale o tal’altro Stato. Ed ecco perché i caratteri della famiglia non si coniugano linguisticamente secondo un accento, ma attraverso i toni e le qualità delle voci.
hsHomer, per esempio, parla più lentamente degli altri perché impiega più tempo a mettere l’apparato fonatorio in contatto col cervello, è sovrappeso e parla “di stomaco”, caratteristica, questa, che enfatizza l’aspetto del “dumb guy“. Questa direzione, intrapresa in primis dal doppiatore americano Dan Castellaneta, è stata ripresa pari pari nell’encomiabile lavoro del compianto Tonino Accolla.
Lo stesso accadde con Bart, che -sia nella versione originale che in quella italiana- assume la voce del ragazzaccio con tanto di risata sguaiata e tormentone (ed ecco che un “eat my shorts” diventa un “ciucciami il calzino“), mentre Lisa mantiene la sua pronuncia delle vocali aperte.

Interessante la voce di Marge, il cui timbro rimane arrochito dallo stress di una vita marge stress 2casalinga trascorsa a gestire le avventure e disavventure di tutta la famiglia. Esprime, quindi, con un elemento puramente fisico, una caratteristica psicologica difficile da manifestare in un altro modo. Infatti, ipotizza Armstrong, riflettendo circa la versione francese de “I Simpson”, che la voce di Marge

“is perhaps designed to convey the extent to which Marge is tired and harassed by her lynchpin role in staving off the disasters that frequently threaten the family […] This is perhaps because hoarseness in this particular context has a very concrete, physical base in the reality of Marge’s situation: we can imagine her raising her voice a good deal to make it heard above the ambient noise produced by children and inadequate husband. Such physicality transcends cultures (or at least cultures that tolerate a raised voice in such contexts) and hence translates directly.”[i].

gr_willie_scot
Il giardiniere Willie, evidentemente sardo.

Molto più interessante e variegata, diatopicamente e a tratti anche diastraticamente parlando, è la situazione linguistica dei personaggi “minori”, che proprio in quanto tali permettono ai doppiatori una libertà maggiore in fase di adattamento. Capita, ed è anche comprensibile in uno show che va avanti da 27 stagioni, che tali libertà vadano poi a cozzare (in italiano “a scontrarsi”) con la coerenza della storia personale di quel dato personaggio. La faccio breve e cito a perfetto esempio il giardiniere Willie, notoriamente scozzese, con tanto di kilt e cornamusa, che però parla sardo. Il motivo è semplice, come sottolinea Sabrina Fusari [ii]: i dialoghisti avevano bisogno di un dialetto che l’italiano potesse riconoscere particolarmente duro, come d’altra parte il carattere del personaggio. La scelta avrebbe potuto ricadere sul siciliano o il calabrese (dialetti che sono stati poi utilizzati rispettivamente per i malavitosi e per il reverendo Lovejoy), ma i curatori del doppiaggio optarono per il sardo.

Purtroppo scontata la scelta del siciliano per i malavitosi italo-americani nella versione italiana, che nella versione originale sono connotati con un accento italo-americano, enfatizzando a dovere la provenienza sicula di Tony e i suoi scagnozzi. Si spiega meglio ancora una volta Sabrina Fusari:

fat tony«L’accento adottato dal doppiatore del Tony Ciccione originale (Joe Mantegna, noto anche in Italia per la sua partecipazione a Il padrino parte III) e dai suoi complici rappresenta un compromesso tra quello italiano e quello newyorkese (come si evince dalla pronuncia del suono /ə r / dittongato in /oi/), che rimanda immediatamente a film come Quei bravi ragazzi 54 e alla trilogia de Il padrino. Nel doppiaggio italiano di questo episodio, si ricorre a un forte accento siciliano, il cui colore regionale è ulteriormente enfatizzato dal nome del complice di Tony Ciccione, Legs nell’originale, che diventa ‘Lupara’ in italiano, e forse ancor più dall’uso dell’esclamazione “Mizzega”»

E a proposito della controparte legale (ma non troppo) di Tony Ciccione, il commissario Winchester (Wiggum nell’originale e Jefe Górgory in ispanoamerica), non è troppo inspiegabile la scelta del napoletano nonostante nell’originale l’obeso ufficiale non avesse mai avuto a che fare con l’Italia (anzi, è di origine irlandese). La professoressa Fusari a tal proposito sostiene che «in questo caso la scelta non è stata compiuta per tradurre l’effetto di un’altra varietà diatopica in lingua di partenza, bensì probabilmente per giocare sullo stereotipo secondo cui la maggioranza dei poliziotti italiani sarebbe di provenienza meridionale». La tesi non solo è credibilissima, ma anche fondata, visto che anni e anni di crisi meridionale hanno spinto e spingono tutt’ora molti ad arruolarsi nelle forze dell’ordine e nell’esercito, ma non mi sembra impossibile che sia stato scelto per tutta la serie di connotazioni negative  del commissario che molti pensano di poter riscontrare in noi napoletani (cito da wikipedia: corrotto, impulsivo, pasticcione e poltrone).

La versione italiana dell’episodio completo è disponibile qui.

Molto interessante è la risposta di Fusari all’annoso e (per ora) irrisolto di Carl Carlson, l’inseparabile amico di colore di Lenny e Homer. Carl, sentito nella sua versione originale, non ha un accento particolare, si avvicina all’americano standard ed è un perfetto statunitense (salvo poi scoprire, nelle ultime stagioni, che è addirittura di origini islandesi). Ma perché nella versione italiana parla veneto? La risposta della professoressa bolognese è decisamente credibile per le intenzioni satiriche proprie della serie tv, ma non ha ancora avuto conferme ufficiali:

LENNY E CARL
Lenny e Carl a lavoro.

«Per rispondere a questo interrogativo, bisogna tornare indietro al 1991, quando I Simpson approdarono per la prima volta sui teleschermi italiani. Il 1991 è infatti l’anno in cui, dalla fusione di Liga Veneta e Lega Lombarda, nasce il partito della Lega Nord: è possibile che si tratti di una pura casualità, ma la scelta di doppiare uno dei pochissimi personaggi di colore di tutta la serie con un accento stereotipicamente associato agli aderenti alla Lega (partito votato fin dagli albori alla regolamentazione e al contenimento dell’immigrazione) probabilmente non è del tutto casuale e, anzi, se confermata, rifletterebbe al meglio i principi che animano anche la versione originale, nella misura in cui “the Simpsons satirises right and left».

Prima accennavamo a delle varietà diastratiche (ovvero legate allo status sociale del parlante) de “I Simpson”. Il cartone di Matt Groening utilizza come mezzo la famiglia di Homer per descrivere la situazione economica americana a partire dagli anni ’90. Essa, da quanto se ne evince, sembra composta perlopiù da una classe media che arranca (ma sopravvive) e insegue il sogno americano, una classe povera emarginata e a tratti auto-emarginante e una esigua elite di Upper-Class, rappresentata da tre soli personaggi: l’ebreo Krusty il Clown, l’anchorman Kant Brockman e Montgomery Burns.
A proposito di classe media e lower class, Jessica Petersson, della Götemborg Universitet, ne riconosce gli estremi in Cletus e Telespalla Bob (anche se io ci aggiungerei lo scespiriano Telespalla Mel):

«In The Simpsons, the classes are already defined by the authors of the show who, through a seemingly average family, give the viewer a satirical picture of the typical American society. They hint at a stereotypical picture of social class with a working class family in the center. A number of characters appear and contribute with diverse perspectives on the same society. Among these characters, Cletus Delroy Spuckler [Cletus] and Sideshow Bob stand out as representing low working class and middle class respectively»[iii].

Kelsey Grammer, la voce americana dell’arcinemico di Bart Telespalla Bob, ha dichiarato in una recente intervista di aver usato una particolare varietà dell’American English definita “Mid-Atlantic“, una specie di inglese britannico particolarmente utilizzato dal cinema americano per caratterizzare i “Bad guys” di alta cultura di Hollywood, come puntualizza Armstrong:

“this is in a long US tradition that gives movie villains an English or anglicised accent, reflecting a negative stereotype that continues presumably to be widespread in the US”

così come dimostra lo stesso accento British mellifluo e sofisticato dell’originale Montgomery Burns e l’accento del sindaco Joe Quimby americano, riconducibile a quello del New England, luogo da cui proveniva la famiglia Kennedy. A proposito di Quimby, la Fusari annota:

«[…] Ted Kennedy […] sembra aver accettato di buon grado lo scherzo, aiutando la città di Springfield, MA, a partecipare al concorso indetto dalla Fox per stabilire la sede della prima del film de I Simpson. È però più probabile che il riferimento sia ai Kennedy in senso lato: ciò è evidente non solo per l’adozione da parte di Quimby dell’accento del Massachusetts, ma anche per l’episodio intitolato “Burns Verkaufen der Kraftwerk”/ “Il licenziamento di Homer” in cui Quimby afferma “Ich bin ein Springfielder”, citando naturalmente JFK. Inoltre, in […] “Homerazzi”, un caricaturale alter ego di Arnold Schwarzenegger (il muscoloso attore di origini austriache Rainier Wolfcastle) sposa una certa “Maria Shriver Kennedy Quimby”, con un chiaro riferimento alla vera Maria Schriver Schwarzenegger.

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La sfida dei media americani per la ricerca del vero originale.

[i] Armstrong, N. (2004) ‘Voicing The Simpsons from English into French: a Story of Variable Success’, Cahiers AFLS, 10 (1): 32-47

[ii] Sabrina Fusari, Idioletti e dialetti nel doppiaggio italiano de I Simpson, in “Occasional Papers del CeSLiC”, interessante saggio interamente consultabile all’url http://amsacta.unibo.it/2182/1/Fusari_OP_COMPLETO.pdf

[iii]Petersson, Jessica. Social Class in the Simpsons “It’s like they saw our lives and put it up on screen.” consultabile online qui.

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