Cinema e traduzione: quando il titolo diventa uno psicodramma

Nel 1925 la casa di produzione cinematografica Warner Bros acquistò un sistema che permise di sincronizzare le immagini con il suono dando vita al cinema sonoro. Di grande impatto emotivo, questo nuovo modo di approcciarsi al cinema presentò subito una difficoltà legata al confine linguistico e quindi alla fruibilità del prodotto che poteva circolare soltanto all’interno del territorio della lingua in cui era stato girato. Parve quindi necessaria la trasposizione del film dalla lingua di partenza a quella di arrivo. Nacque così una nuova arte, quella della traduzione cinematografica.

Le tecniche utilizzate per la trasposizione sono, principalmente, i sottotitoli e il doppiaggio che comportano un’analisi traduttologica non indifferente. La traduzione che si sceglie è quella del targed oriented ossia una «traduzione sensibile al destinatario» che mira cioè a contestualizzare nella lingua di arrivo quegli elementi che sono propri alla lingua e alla cultura di partenza. Il traduttore deve prendere atto della diversità non solo linguistica ma anche, e soprattutto, culturale del prodotto, componente, questa, fondamentale per una buona resa traduttiva. Talvolta, però, nonostante il traduttore abbia questi requisiti, si trova comunque dinanzi ad un ostacolo che par’essere insormontabile.

Come tradurre le espressioni dialettali, l’umorismo, le imprecazioni e i proverbi tipici di un determinato Paese? Se si pensa ai film comici, ad esempio, appare subito chiaro che una battuta che suscita grande ilarità presso un inglese può non far ridere un italiano e viceversa. In tal caso, il traduttore deve necessariamente riadattare la battuta, stravolgendo quindi le parole che non avrebbero lo stesso risultato se tradotte letteralmente. Quando non è possibile una resa traduttiva letterale, come nel caso dell’imprecazione più comune goddamn, si sceglie di ricorrere a forme che sono semanticamente affini come maledizione, maledetto, per Dio. Un altro esempio è quello del proverbio inglese che Jack Nicholson batte a macchina in maniera convulsiva e ripetitiva nel cult movie Shining:
Shining

che tradotta letteralmente recita così: Tutto lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo noioso. Ma come riportare questo proverbio nella lingua dei Paesi in cui il film è stato doppiato? A questo ci ha pensato Kubrick in persona che si è occupato della traduzione del proverbio inglese nelle varie lingue europee ed ecco che abbiamo:

Ita.

Il mattino ha l’oro in bocca

Ted.

Was Du heute kannst besorgen, das verschiebe nicht auf Morgen

Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi

Spa.

No por mucho madrugar amanece más temprano

Anche se ti alzi più presto, non farà giorno prima

Fr.

Un «Tiens» vaut mieux que deux «Tu l’auras»

Un «Tieni» vale più di due «Avrai»

feelin' fine
La stessa scena tradotta e riassunta in un semplice “feelin’ fine” dall’indiscutibile genio di Homer Simpson.

Passiamo ora alla traduzione di alcuni titoli di film, molti dei quali hanno davvero una pessima resa in italiano. Il caso, non solo a mio avviso, più eclatante è quello del film di Michel Gondry, Eternal Sunshine of the Spotless Mind banalmente tradotto con Se mi lasci ti cancello, lasciando quindi presagire che si tratti di una commedia romantica da quattro soldi. Tutt’altro invece. Il titolo, tradotto letteralmente con “l’eterno splendore della mente immacolata”, è un verso estrapolato dall’opera Eloisa to Abelard del poeta inglese Pope. Probabilmente, si è optato per questa insulsa traduzione al fine di estendere la vendita del prodotto, altrimenti si sarebbe presentato come un film per una cerchia ristretta di spettatori.

E’ risultato infatti che una buona fetta di pubblico si reca più volentieri al cinema o è spinta a guardare film lì dove vede comparire la parola “amore”. Ed ecco che Lost in Translation (Perduto nella traduzione) diventa L’amore tradotto ( è evidente che stesso il traduttore si è smarrito durante l’atto del tradurre). Stessa sorte è toccata al film francese Jeux d’Enfants (Giochi d’infanzia) tradotto con Amami se hai coraggio. Ma vi sono anche altri titoli in cui, tutto sommato, la scelta traduttiva non implica totali stravolgimenti. E’ il caso di Mamma, ho perso l’aereo che in lingua originale è Home Alone (A casa da solo) oppure The Day after Tomorrow (Dopodomani) che è reso in italiano con L’alba del giorno dopo.

Fin qui abbiamo notato come, il più delle volte, una traduzione del titolo non fedele all’originale può far addirittura accapponare la pelle a coloro che di cinema un po’ se ne intendono. Ma vi sono anche film la cui traduzione in italiano, pur restando fedele al titolo originale, non sempre si rivela una buona scelta poiché non lascia comprendere il senso e, dopo aver terminato la visione del film, sorge spontanea la domanda “ma che cosa c’entra il titolo”? È questo il caso del film diretto da Truffaut, Les Quatre Cents Coups (I quattrocento colpi); si tratta di un’espressione idiomatica francese “faire les 400 coups” intendendo con ciò uno stile di vita fuori dagli schemi che avrebbe dell’equivalente italiano nella frase “farne di cotte e di crude”. A meno che non si conosca molto bene la cultura francese, il titolo può risultare inconcludente. Talvolta, però, una traduzione letterale farebbe ancor di più rabbrividire; il film Winters’s Bone (letteralmente “ossa d’inverno”) è stato giustamente tradotto con Un gelido inverno onde evitare un vero e proprio gelo nelle sale cinematografiche.

In guisa di conclusione e a proposito del termine “amore” inserito dappertutto pur di acchiappare un grosso numero di audience, vi propongo ora la visione di un episodio del progetto collettivo chiamato Amore e Rabbia (ma presentato al pubblico del Festival di Berlino del’69 come Vangelo ’70). Tale episodio, L’Amore (appunto) fu diretto dal regista francese Jean-Luc Godard nel 1969. Si è detto, all’inizio, che sottotitoli e doppiaggio sono le due tecniche traduttive più utilizzate, ma dopo aver guardato questo corto m’è parso di individuarne una nuova e geniale.

Il corto, infatti, si presenta come un episodio bilingue; è un abile gioco traduttivo che però sembra confinato al solo pubblico italiano e francese. Anzi no. Un aspetto interessante dal punto di vista traduttivo è proprio il fatto che la traduzione, a livello di doppiaggio, non sussiste: i dialoghi tra i due fidanzati si svolgono in francese e in italiano, i due si comprendono e il dialogo si svolge con la naturalezza di chi domina perfettamente le due lingue. Un problema, però, doveva essere stato il coinvolgimento del pubblico in questo perfetto equilibrio di bilinguismo naturale senza ricorrere al sottotitolazione e al doppiaggio. E qui arriva la geniale soluzione. Il regista si limita a sviluppare i dialoghi seguendo un sistema di progressione tematica lineare, ovvero una struttura tema-rema in cui il rema (dato nuovo) costituirà il tema (dato noto) nella frase successiva.

Ecco un esempio tratto dal blog “politoscrittura“: Il corso si conclude con un test [test: rema (dato nuovo)]. Il test [test: tema (dato noto)] consiste in una serie di domande […] e argomenti illustrati nei lucidi [domande e argomenti: rema]. Dispense e lucidi [dispense e lucidi: tema (dato noto)] sono reperibili al Centro Studenti [reperibili al Centro Studenti: rema (dato nuovo)].

Come abbiamo visto, la progressione lineare è effettivamente lenta e decisamente antiretorica in una situazione monolinguistica (per non dire praticamente infantile), ma in questo caso funziona perché il dato ignoto (rema) che viene chiesto in una domanda in una lingua viene reso esplicito nella risposta nell’altra, permettendo la totale comprensione di quanto avviene su schermo da parte di un pubblico non francofono. Nell’esempio italo-inglese “What’s your name?” (rema) “Mi chiamo (tema) Gianni (rema)”, se non fosse per la risposta completa di Gianni non sapremmo cosa gli ha chiesto l’interlocutore britannico.

E non è un caso che, anche seguendo questa strategia linguistica, in origine l’effettivo titolo doveva essere L’aller et retour andata e ritorno des enfants prodigues dei figli prodighi; un titolo bilingue che ironizza sulle coproduzioni e sulle loro confusioni linguistiche e ideologiche. Si tratta della parabola del figliol prodigo riproposta in chiave moderna e politica. Ma non aggiungo altro. A voi poliglotti e non, auguro una buona visione.

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