“La tartaruga”, esperimento traduttivo dal Trilussa al napoletano

Mentre una notte se n’annava a spasso

la vecchia Tartaruga fece er passo

più lungo della gamba, e cascò giù

co la casa vortata sottinsù.

Un Rospo glie strillò – Scema che sei!

Queste so’ scappatelle

che costeno la pelle!

– Lo so – rispose lei

– ma, prima di mori’, vedo le stelle.

‘Na sera, jenno càcheriànno,

‘onna Tartaruga, vuttanno

‘o pede chiù annanze de ‘a coscia,

nè: se truvaje ‘n cielo ‘a paposcia.

‘O Rospo ‘a dà ‘ncapa – Scemessa!

chesti ppazzielle ‘e

ppave co ‘a pelle!

– Gnorrospo gnorsì – ‘spunnett’ essa

– ma, primma ‘e muri’, veco ‘e stelle.

Quel simpatico buffone di Trilussa.
Quel simpatico baffone di Trilussa.

“La tartaruga”, solo una delle geniali poesie di Trilussa, compare nella raccolta “Ommini e bbestie”, pubblicata a Roma nel 1914. Nonostante il genio romano sia noto per la sua pungente satira, che delinea ritratti deformati nel grottesco e nella fiaba dell’Italietta di metà Novecento, in questo caso riprende, insieme ad altre di questo genere, la tradizione greca della favola di Esopo con scopi perlopiù educativi.

Nel caso de “La tartaruga”, Trilussa riprende il topos dell’ambizione, dando la giusta risposta a tutti quei “rospacci” miopi che godono delle disgrazie e degli errori altrui, anche quando questi sono commessi per il raggiungimento di una condizione di vita migliore.

Tornando a noi e alla nostra traduzione, risponderemo ad una domanda che faremo finta vi siate posti: perché una traduzione in napoletano? Perché non in italiano?

Lasciando da parte la questione della dignità linguistica dei dialetti (‘ché se no incappiamo nei neoborbonici, nel riconoscimento dell’UNESCO e nelle opinioni divergenti dei linguisti), abbiamo scelto il napoletano per molteplici motivi:

  1. Il primo, nella nostra ottica secondario ma decisamente ovvio: il romano, e il dio dei linguisti capitalini mi perdoni, qui si presenta come un italiano regionale, o se vogliamo un dialetto romanesco abbastanza “sciacquato”, così chiaro che non ci sembrava il caso di procedere con una traduzione che non avrebbe fatto altro che rovinare il metro, le rime e toglierle quel “sapore popolare” che contraddistingue la poesia di Trilussa.

  2. Il secondo, quello molto più serio, è proprio quel “sapore popolare” di cui si andava blaterando nel punto 1. La poesia di Trilussa è scritta in dialetto non solo per la sua irriverenza naturale, non solo per essere la lingua madre di chi per secoli ha scritto le “pasquinate”, ma anche e soprattutto perché concepita per essere capita dal popolo romano.

La nuova borghesia universitaria riscopre la cultura popolare in una delle sue infinite manifestazioni.
La nuova borghesia universitaria riscopre la cultura popolare in una delle sue infinite manifestazioni.

Purtroppo noi napoletani per incidenti storici non abbiamo avuto una grande tradizione satirica: la damnatio memoriae occorsa in seguito alla rivoluzione partenopea del 1799 e le esecuzioni seguite alla restaurazione del regno borbonico ha di fatto castrato le aspettative politiche e culturali dell’allora fiorente borghesia. Detto in soldoni, l’idea di essere giustiziati e appesi a testa in giù con le brache calate ha attizzato ben pochi martiri dell’Idea. Il risultato fu un disastroso concentrarsi del ceto medio verso il basso, ovvero la fascia povera e analfabeta che componeva la maggior parte della popolazione. Ciò certamente significò una spinta fondamentale per l’attenzione alle tradizioni popolari partenopee e una propulsione eccezionale per la canzone napoletana, ma per il resto, ben poche voci si alzarono dal già esiguo coro del dissenso.

Tornando al napoletano di Trilussa, la scelta è stata dettata dall’idea che ad un italiano popolare può corrispondere solo un italiano popolare (sia esso napoletano, cilentano, milanese o bergamasco) proprio per quella varietà lessicologica e di sfumature che difficilmente può trovare corrispondenze valide nelle “fredde” lingue ufficiali. La tosca lingua italiana, veicolo europeo di musica lirica, poesie amorose e di alti valori rinascimentali prima, romantici poi e nazionalisti ancora più poi, non si presta troppo bene alle tartarughe ed alle batracomiomachie.

“La tartaruga” nella sua versione originale è una poesia composta in endecasillabi (di cui uno tronco) e settenari, combinazione metrica che da Bembo in poi è stata usata come il “verso della ampiezza espressiva, della chiarezza, della pulizia” (il nostro Teo si è appena drogato e ha problemi ad esprimersi in maniera degna), mentre nella versione napoletana si è scelta una commistione tra novenari e quinari.

Il motivo, stando a quel drogatone di Teo, che ne ha curato la traduzione, sta in un processo di mimesi (detto in soldoni, di immedesimazione) portato avanti dal traduttore verso la lingua – e in questo caso soprattutto la cultura – target. Mentre il romano di Trilussa sembra costruito per sviluppare, attraverso una narrazione pulita ma colorita con gusto fanciullesco, quel candore graffiante che è il paradosso più affascinante della favola popolare (e il verso più lungo dell’endecasillabo oggettivamente lascia più libertà in questo senso), il napoletano, complice la lunga dominazione spagnola, (cultura a sua volta fortemente condizionata dalla retorica araba) ha un’attitudine molto più spiccata al ricorso anche colloquiale al proverbio e alla frase fatta. La “zona grigia” in cui il linguaggio s’incontra, nutrendoli e nutrendosene, col pensiero e la cultura e la quotidianità, è per la lingua napoletana una zona di allusione, ammiccamento, un vivere il mondo deformandolo nella lente del paradosso e del vernacolo per superarne le contraddizioni e preservare la propria identità culturale. Ed ecco perché la stringatezza del novenario e del quinario.

Dal punto di vista grafico il nostro Minnucci ha avuto l’accortezza di segnalare (in v.1, ma vale per tutti) con l’accento grafico la variazione dell’accento metrico, facilitando un’eventuale lettura metrica (semplificando coi simboli latini, ᴗ-ᴗᴗ- ᴗᴗ-ᴗ per i novenari e -ᴗᴗ-ᴗ per i quinari).

Sbolognato il lato più formale della faccenda, passiamo alla traduzione. Nonostante il geniaccio del nostro Teo Minnucci sia riuscito a mantenere la struttura rimica del componimento (AABB CDDCD), sono stati necessari degli stravolgimenti a livello lessicale, cambiando così anche le rime, ed ecco che l’italianissimo “andare a spasso” diventa “jenno càcheriànno”, così come la “casa”, che è una metafora del guscio della tartaruga, diventa la “paposcia”.

E a proposito della paposcia che ci ha fatto il buon Ciancianito, vale la pena spenderci due parole.

In una prima versione nei versi 3-4 si trovava “scagnaje ‘o pede ‘e ‘reto pe ‘nnanze / ‘bbuccaje ‘a casa cu tutte ‘e stanze”. Anche se la “casa” della tartaruga rimane intatta nella prima traduzione, si perde l’immediatezza del proverbio del “fare il passo più lungo della gamba”, togliendo inoltre respiro al testo napoletano. Il risultato sarebbe stato sì più fedele al testo in un’ottica di traduzione word for word, ma sarebbe stato forse più goffo e oscuro ad una prima lettura da parte di un parlante napoletano. In una seconda versione i versi 3-4 recitavano: “vuttaje ‘o pede troppo cchiù ‘nnanze / e s’abbuccaje ‘ncoppo co ‘a panza”, perdendo l’immediatezza del proverbio nel verso 3 e riducendo la casa originale in un’immagine ovvia, per altro anche priva del colore popolare della successiva – e definitiva – paposcia, giunta a salvare una crisi di panico al povero Teo che, insoddisfatto, non voleva più pubblicare – né vivere. E ci avrebbe fatto il piacere di suicidarsi se non fosse intervenuto il sempreverde redattore – che ci ha donato infatti, oltre alla definitiva stesura dei vv.3-4, anche il privilegio di farci da albero di Natale della redazione.

È altresì chiaro che la paposcia (che altro non è che la sacca scrotale) è lontana anni luce dall’immagine ben più pulita della versione romana, ma sembrava l’unica soluzione per mantenere intatto il modo di dire “fare il passo più lungo della gamba” (che tra l’altro ha un ruolo fondamentale nel senso del componimento), utilizzando la rima con “coscia”, che in napoletano è l’unico corrispondente credibile dell’italiano “gamba”.

Teo Minnucci

Giuseppe Pettinati

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