IntrAduzione – Il mio funerale (Leopoldo Alas Clarín)

“Sono NOME_COGNOME, ho 24 anni e sarò il più grande traduttore del mondo. Ma nessuno lo saprà mai.”

Con la citazione anonima di un signor NOME_COGNOME rinvenuta sul retro di copertina di un “Teoria e storia della traduzione” di George Mounin -presa a tre euro su una bancarella del centro-, diamo vita alla nuova sezione del paciucco interamente dedicata alla traduzione: testo in fronte (per gli amici, enneddittì). Questo esperimento (seppur non propriamente sperimentale), nasce dall’esigenza di dare un nome (o meglio, una voce) ai giovani NOMI_COGNOMI che cercano di vivere del gravoso compito di trans-ducere nella nostra lingua, cultura, letteratura e -perché no-, nelle nostre scienze parole, culture, letterature, speranze e storie altrui.

Testo in fronte non può nascere con la pretesa di presentare innovative teorie traduttologiche (per quelle rimandiamo direttamente ai vari Ricoeur, Mounin, Torop, ecc.), giacché la scienza inesatta della traduttologia già ne conosce tante, e nessuna è riconosciuta come definitiva. Questa nuova sezione può però tentare, nei limiti dell’ottusità dell’editore (l’esimio dottor Paciucco, per l’appunto), della giovane età degli scriventi e dei vuoti metodologici, di dare uno spazio al traduttore in cui possa non solo presentare le “sue” opere, ma anche motivare le sue scelte, le sue rinunce, le sue glosse, i suoi enneddittì.

Grazie a Dio, o a chi per Lui, non abbiamo un editore a cui dare spiegazioni (il Paciucco legge solo i fumetti…forse), e abbiamo la possibilità di argomentare, dilungarci, spiegare, non spiegare. Non vogliamo in alcun modo attaccarvi il pippotto sulle teorie metodologiche, ma ci fa inorridire l’opinione di Umberto Eco secondo la quale la nota a piè di pagina è una sconfitta tout court per il traduttore. Ci fa inorridire perché dietro una traduzione si nascondono problemi che portano inevitabilmente a lavoracci (e a volte a veri e propri drammi deontologici) inauditi che meritano la soddisfazione di un enneddittì.

Lo spauracchio irrisolto per eccellenza (o meglio, uno dei tanti) che merita giusta soddisfazione è quello del residuo. Ve la facciamo facile e breve. Prendete una casa, smontatela mattone per mattone e con gli stessi mattoni costruitene un’altra, possibilmente tale e quale. A lavoro finito, potrete notare che lì dove originariamente c’era la prima casa, è rimasta un po’ di sfranteca, o se volete, residuo.

Ora, smontate la seconda casa mattone per mattone e fatene un’igloo. Laddove una volta c’era la seconda casa ora c’è un grosso cumulo di sfranteca. Morale della favola: abbiamo preso una casa e ne abbiamo costruite altre due con gli stessi mattoni, e abbiamo posseduto un totale di tre case, ma nessuna delle tre era, né poteva essere, uguale alle altre due.

Tornando a noi, quella sfranteca (o residuo) sono in realtà dei pezzi della lingua, della cultura, della letteratura o della storia di un popolo che rischiano di andare persi se non vengono spiegati nel testo di arrivo (per capirci, prendiamo ad esempio i realia: una paella non è un risotto, un hidalgo non è un cavaliere e la Shadenfreude non è la cazzimma).

E noi traduttori e avidi lettori ci beiamo e ci glorifichiamo di quella sfranteca.

Ora, non ci è dato sapere se il signor NOME_COGNOME stia traducendo per 2 centesimi di dollaro per un’agenzia di traduzione indiana o se sia diventato il traduttore ufficiale di un Bukowski o chissache, ma ci importa che voi, onimi e anonimi amici traduttori seriali o occasionali, ci facciate pervenire le “vostre” opere, le vostre sensazioni, il vostro modo di lavorare.

Ma veniamo a noi e al mucchietto di fogli che stringete distrattamente tra le mani.

Dalla traduzione al napoletano dell’anglofono Shakespeare a quella in italiano di un misconosciuto autore francese chiamato Nerval fino ad arrivare ai sogni quevediani, non ci vuole molto a rendersi conto che la realtà più meramente “oggettiva” non sia di fatto altro che una chiave di lettura di una realtà ben più ampia e misteriosa, e che non esiste letteratura, per quanto sconosciuta e lontana, che non cerchi di decifrare nei termini della realtà condivisibile il soggettivo mondo dei sogni. Mondo, questo, che si miscela così bene a quello della pazzia, che non può che essere utilizzato come unità di misura per descrivere una realtà indicibilmente folle e irrazionale come la nostra. Ed è per questo che il nostro piccolo (e quantomai motivato) team di traduttori ha deciso di lavorare su questa linea tematica per questo primo ciclo di traduzioni.

Per il primo appuntamento di Testo in Fronte abbiamo scelto un racconto “strano” di Leopoldo Alas Clarín, Mi entierro (ossia “Il mio funerale”). Si tratta di un racconto firmato a Zaragoza nel 1882 e pubblicato nel 1893, scritto da un naturalista in pieno Naturalismo, ed è “strano” proprio per questo. Intorno ad esso si sono sprecate pubblicazioni e ne sono state tentate classificazioni. C’è chi lo vede grottesco, chi lo vede fantastico (nel senso di “fantasioso”), chi lo vede meraviglioso, chi lo comprende in relazione a Los sueños di Quevedo e chi non lo comprende in relazione alle produzioni letterarie del suo tempo ed ai suoi stessi scritti. In realtà è Clarín stesso a fornirci una risposta: nonostante il generico rifiuto della metafisica da parte del Naturalismo, non si può escludere dalla realtà immanente ciò che non è visibile agli occhi. La fantasia, anche la più scabrosa, l’ipocrisia della società, l’immaginazione, la pazzia dell’Uomo (così come quella del mondo) sono concetti molto più concreti di quanto potessero credere i più “ciechi” naturalisti. Da questo punto di vista, il nostro Clarín è stato parecchio precoce rispetto ai suoi tempi.

Comunque sia, non sta certamente a noi umili scribacchini discutere i limiti ed i canoni del Naturalismo, ma certamente ci si dovrebbe porre due o tre domandine qua e là.

Domandina numero uno: cosa lega il racconto “strano” di questo numero di Testo in Fronte ai sogni di Nerval che troveremo nel prossimo numero? Dunque, volendo oltremodo semplificare, il fatto che siano sogni (o vaneggiamenti, che dir si voglia), e che entrambi precedano o seguano un’idea alquanto soggettiva della morte. Il nostro è un accostamento che non funziona per analogie, ma per differenze. O potremmo dire che questi sogni, ognuno “strano a suo modo” siano quasi del tutto speculari. L’uno, il Nerval poetico dell’Aurelia volge il suo sguardo verso l’alto, segue epifaniche stelle, ha una visione quantomai chiara del mondo. È confortato da una comprensione del mondo che riconosce come totale, i misteri della vita vengono svelati a chi è prossimo alla morte, e la “notte eterna” che verrà di lì a poco è rischiarata dalle utopiche certezze di chi ha già capito tutto. Invece Ronzuelos, il personaggio pazzo e cornuto di Clarín, sembra vedere la realtà dall’alto, come si trattasse di un’esperienza extracorporea che tanti dicono di aver vissuto in coma. Ciononostante, la prospettiva di Ronzuelos non gode della superiorità di chi ha compreso la realtà circostante. Il mondo gli si svela nelle sue ipocrisie, ma l’autore non si preoccupa di dare loro un significato esplicito, lasciando al lettore ogni possibile interpretazione. Ronzuelos, scacchista avvezzo all’alcool, vede e sente tutto in quanto entità extracorporea, ma non gode di una illuminazione come il Nerval poetico. Nel Nerval, che troverete tradotto nel prossimo numero da Giovanna Prata, l’anima del protagonista anela al cielo; mentre nel racconto “strano” di Clarín è l’intero mondo a sprofondare vittima della sua stessa vanità (in quest’ottica, il massimo esempio lo troveremo nei prossimi numeri con una traduzione del “Sogno dei Cadaveri” di Quevedo).

Dal punto di vista più strettamente “artigianale” della traduzione, non ci dilungheremo più del necessario. Essendo questo un racconto senza luogo e senza tempo, non c’è stato bisogno di alcuna nota a piè di pagina, né di eliminazioni o esplicazione di riferimenti inter-extra testuali che potessero essere oscuri a un ipotetico lettore italiano (detto in italiano tavernacolare: fatti, persone o altri testi a cui l’autore può aver fatto riferimento durante la scrittura del testo. È un po’ come un lettore che tra 100 anni leggerà un articolo sui fattacci di Fabrizio Corona. «Fabrizio chi?». Appunto).

In questa traduzione più che in altre il source text (ovvero il testo originale) e il target text (testo finale/tradotto/riassunto/interpretato ecc.) sembrano coincidere in un rapporto quasi 1:1, con una perdita pressoché minima, e qui il merito non è del traduttore, ma di un estilo abbastanza llano del buon vecchio Clarín. Non mancano certamente i periodi lunghi un po’ tipici della narrazione ispanica di questo periodo, ma nulla che non si possa risolvere anche in italiano in un po’ di ipo e para tassi con virgole un po’ qua e la.

Prendiamo a puro esempio questo passaggio:
«Don Mateo mi stimava, ma per la verità, mentre camminavamo verso quella che pensava di chiamare nel discorso che gli era toccato in sorte l’”ultima dimora”, si faceva di tutti i colori; non sapeva cosa gli passasse per la gola, e malediceva, tra sé e sé, l’ora in cui sono nato e ancora di più quella in cui sono morto».

Tradotto dallo spagnolo

«Don Mateo me estimaba, pero valga la verdad, según caminábamos a la que él pensaba llamar en el discurso que le había tocado en suerte, última morada, un color se le iba y otro se le venía; se le atravesaba no sabía qué en la garganta, y maldecía, para sus adentros, la hora en que yo había nacido y mucho más la en que había muerto.»

In cui un unico periodo di quattro righe trova in un punto e virgola (il cui utilizzo è pressoché ignoto allo scrittore/lettore odierno) l’unico momento di pausa tra due microfasi di un momento narrativo.

È comunque fisiologico in una traduzione che, per quanto possa essere fatto ogni sforzo per mantenere una assoluta fedeltà al testo originale, che alcune sequenze di parole o frasi idiomatiche vengano adattate alla lingua di arrivo. È un’affermazione che ha del banale, ma è un processo che può determinare la riuscita o non riuscita di una traduzione (e a volte la salute mentale del traduttore).

Nell’esempio specifico -per quanto non dei più complicati che si possano trovare- abbiamo avuto la fortuna di salvare i proverbiali capre e cavoli: “un color le iba y otro se le venía” poteva diventare, per un istinto traduttologico che in una prima battuta spinge verso il calco, un illeggibile “un colore se ne andava e glie ne veniva un altro”. È difficile immaginare qualcosa di più illeggibile e disastroso. Per la fortuna della salute mentale del traduttore e di quella del lettore, il tutto si è risolto in un banale “si fece di mille colori” (che pure tradotto parola per parola in spagnolo potrebbe non avere alcun senso).

Da lettori e traduttori ci rendiamo conto che, in tutto il complesso del racconto, la lettura possa non risultare scorrevolissima, ma semplificare eccessivamente sarebbe stato non solo irrispettoso verso lo stile dell’autore, ma anche completamente privo di senso. Uno dei punti forti della struttura ipotattica è quella di condensare, in un unico periodo fatto di principali e subordinate una quantità potenzialmente infinita di informazioni. Detto -anzi chiesto- in parole povere. Riuscireste a descrivere il mondo con poche frasi tra esse coordinate? Probabilmente no, perché la realtà è un po’ più complessa di un libro di Favio Bolo.

Ma vi assicuriamo che le prossime volte non ve la caverete con così poco.

Domandina numero due, e qui alleggeriamo un po’. Perché questo racconto non è stato mai tradotto? Qui la risposta è facile: perché noi lettori medi italiani della Letteratura oltralpe non ne sappiamo niente, e tanto meno di quella spagnola, a meno che non si tratti del Don Chisciotte, “quello-dei-mulini-a-vento”.

Domandina numero tre: se non è stato mai tradotto, perché farlo proprio adesso? E qui rispondiamo con un altra domanda. E perché no? Dopotutto, a prescindere dal momento storico che vivremo, si continuerà a nascere e morire, e ci sarà sempre e comunque qualcuno curioso di assistere al proprio funerale.

Buona lettura.

Giuseppe Pettinati

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